Ho scelto quest'immagine per darvi un assaggio della scenografia e dell'atmosfera che impera per tutto il film.
Dopo aver visto un deludente trailer che sembrava aver svelato ogni minimo dettaglio della trama, ho scelto comunque di dare una possibilità a Guillermo del Toro, poiché è stato l'unico regista in grado di provocarmi una persistente crisi di pianto con il film Il Labirinto del Fauno.
La scelta del cast è stata impeccabile: Mia Wasikowska, che non avevo apprezzato nella Alice in Wonderland di Tim Burton, qui rappresentava la ricca ragazza dalla scarsa bellezza e dalla poca esperienza, l'esca ideale per la trappola del lupo; Tom Hiddleston, l'attore inglese diventato famoso per la parte di Loki negli Avengers, il quale ha un tale fascino da ammaliare anche lo spettatore, oltre alla giovane protagonista; e Jessica Chastain, che io ho amato nel ruolo di Murph di Interstellar (il fatto che sia uno dei miei film preferiti lo rende un valore aggiunto) e in quella del capitano Lewis in The Martian, che quasi ho considerato uno spin-off di Interstellar; ebbene, in questo film sono arrivata a odiarla per la freddezza e la crudeltà del suo personaggio.
I dizionari lo classificano erroneamente come "horror", ma quello che Del Toro voleva creare è una favola gotica dai dettagli inquietanti e dall'atmosfera onirica e fatiscente. Certo, i miei spaventi me li sono presi, ma sarebbe davvero riduttivo definirlo horror.
Edith, giovane di buona famiglia, un giorno vede il fantasma della madre che le dice di guardarsi da Crimson Peak. Sembra però scordare le sue radici quando la morte apparentemente incidentale del padre si accompagna alla proposta di matrimonio del baronetto Thomas Sharpe, un nobile inglese caduto in disgrazia. Edith si trasferisce così nella casa di lui e della sorella Lucille, un castello in rovina che sta lentamente sprofondando nell'argilla rossa che Thomas sta ardentemente cercando di far fruttare...
Che ci sia qualcosa che non vada nei fratelli Sharpe non è un segreto fin dall'inizio. Edith è la proprietaria del patrimonio che serve loro per ricostruire la loro casa, la loro fortuna e la loro dignità. Ma il cliché del matrimonio di convenienza è alterato dalla presenza nella casa di raccapriccianti fantasmi che cercano di mettere in guardia la protagonista.
Fantasmi così io non ne avevo mai visti: sembrano degli zombie putrefatti dai lineamenti allungati come il raccapricciante mostro della seconda prova di Ofelia, degli scheletri con lembi di carne e sangue abbrancati alle ossa così come essi sono abbrancati alla vita terrena che non vogliono abbandonare; sembra quasi che il corpo abbia continuato a decomporsi, e più il fantasma è vecchio e più la sua immagine umana appare sgretolata e consumata dalla morte.
Assolutamente fantastici.
Edith sa in cuor suo che i fantasmi di Crimson Peak, così come quello della madre, non sono intenzionati a farle del male, ma il loro aspetto così ripugnante non riesce a trattenerla alla loro presenza per ascoltare ciò che hanno da dirle.
Crimson Peak è una favola, non per bambini, ma rimane una favola: questo significa che l'amore e l'inganno si accompagnano per tutto il film, che sappiamo fin da subito chi sono i cattivi, e che questi non sono così abili a celare i loro segreti. Ritengo che chi lo critica si fossilizzi eccessivamente sulla dicitura "horror" e escluda quella di "favola"; la critica più diffusa che ho sentito rivolgergli è quella di avere una trama prevedibile: a mio parere, nel guardare un film bisogna lasciarsi avvolgere e immergersi completamente nella storia; se il film è ben fatto, oltretutto, è molto facile. Dopo essersi immersi è difficile andare a rimuginare su quale possa essere il finale e sui possibili colpi di scena: certo, l'imprevedibilità è un lato positivo per un film, ma non è l'unico.
Crimson Peak è un film con un'atmosfera che pochi altri film possono vantare: questa contribuisce a estraniare lo spettatore dalle elucubrazioni logiche che lo distraggono e lo portano a considerare la prevedibilità come un difetto per un film del genere. In fondo, non sapevamo già dall'inizio che Decimo Massimo Meridio avrebbe avuto la sua vendetta diventando Gladiatore?
Non lasciatevi rovinare un bel film da aspetti che il film stesso non pretende di avere; sedetevi, respirate profondamente e preparatevi ad affrontare un viaggio.
Questo film mi era molto familiare in quanto sia il mio ragazzo che i suoi amici ne parlavano spesso con toni vivaci e commenti dettagliati. Il più dettagliato era: "Fa schifo".
Alla mia domanda: "Ma perchè? Cos'ha che non va?" mi sentivo rispondere "Fa solo schifo".
Come può qualcuno essere talmente disgustato da un film da non trovare nemmeno un motivo per spiegarlo?
Così, alla ricerca di questo motivo, l'ho alfine guardato anch'io.
Già leggendo i titoli d'inizio ero molto scettica, ma non verso il film, verso chi me ne aveva parlato: "regia di Peter Jackson". Quanto può mai far schifo una pellicola diretta dall'uomo che ha plasmato i film del Signore degli Anelli??
La storia sembra promettente: una ragazzina con una famiglia perfetta viene puntata da quello che immaginiamo essere un pedofilo il quale riesce ad adescarla in una trappola e a farle chissà cosa.
Da qui comincia il caos. Jackson ci mostra la ragazzina che riesce a fuggire, ma poco dopo ci rendiamo conto che l'ambiente in cui agisce è diventato talmente surreale da rappresentare quasi un aldilà terreno. Mi son detta: sarà diventata un fantasma... vediamo come procede.
L'ecatombe - è il termine giusto - è cominciata da questo punto. La ragazzina vive in una sorta di limbo tra il mondo dei vivi e quello dei morti, e non può uscirne poiché mentre fuggiva dalla trappola si era voltata indietro, verso un'altra ragazzina che l'ha vista.
Ok... ma perché? C'è per caso un manuale d'istruzioni che dice: "Appena muori e scappi all'aldilà, non voltarti perchè rimarresti incastrata in un limbo senza uscita"?
Qui incontra un'altra ragazzina e cominciano una serie di scene senza senso a metà tra la visione di uno che si è fumato roba forte e il paese delle meraviglie.
Nel frattempo, sulla Terra, la polizia e il padre indagano su chi possa aver fatto ciò e cercano il corpo perduto della ragazzina, nascosto in una cassaforte dal pedofilo. Il padre è talmente scioccato che sospetta davvero di chiunque, tranne, ovviamente, del vicino di casa che è il reale responsabile.
La follia indagatrice del padre, la rassegnazione in partenza della madre, il menefreghismo della sorella (magari dovuto alla sua scarsa abilità di recitazione) enfatizzano troppo, chi in eccesso chi in difetto, le reazioni reali che chiunque avrebbe in una situazione del genere. Ma questo può essere opinabile, perciò sorvoliamo: è una scelta artistica.
Quello che proprio non va giù è questo salto continuo tra le due atmosfere: quella da thriller dal finale drammaticissimo, in cui si narra lo stupro e l'omicidio di una minore lasciato impunito, tema delicato e da affrontare con le giuste cautele; e quella alla Dumbo, non il film in generale, ma la scena degli elefanti volanti, in cui il mondo reale si sgretola tra le mani in modo talmente surreale da risultare pressoché patetico. Ciliegina sulla torta, la ragazzina morta, invece di cercare un contatto col padre per dirgli almeno dove si trova il suo corpo, si incarna in un'altra tizia per poter dare un bacio al ragazzo che le piaceva e che si era brutalmente dichiarato a lei poco prima di morire.
Insomma, una citazione di "Ghost" che ci fa rabbrividire se paragonata all'originale.
Alla fine la protagonista può andarsene all'aldilà con le altre vittime dello stesso pedofilo mentre quest'ultimo, inchiodato da una prova trovata dalla sorella, sotterra per sempre il corpo della ragazzina lasciandoci con l'amaro in bocca per il povero padre, che mai più potrà riaverla tra le braccia.
Un film che cerca di coniugare temi che non legano affatto, e che anzi stridono come unghie sulla lavagna. Dà proprio fastidio alla vista vedersi alternare lo sguardo straziantemente calmo di Stanley Tucci mentre sfoggia beata innocenza con i poliziotti, a due ragazzine che saltellano svolazzando in un prato fiorito.
Spero fosse un esperimento che non si ripeterà mai più, perché è per questo che i film vengono divisi in generi: non puoi mescolarli a tuo piacimento, ci vuole un certo criterio e una certa coerenza per tutto il film. Giocarci non ti ha fatto bene, Jackson. Torna al fantasy.
Il mio ragazzo arriva un giorno e dice "Ho trovato un film che potrebbe piacerti!"
Questo è l'inizio di una storia raccapricciante che ha portato a morti (la parte di me che guarda i thriller come fossero caramelle rotolanti) e feriti (la mano stritolata di Marco, stritolata dalla mia).
Lo ha scelto per il genere, un thriller, e per l'attrice principale, Halle Berry, che a me piace molto (dite quello che volete, io ho amato sia Tempesta che la sua tanto discussa Catwoman!).
Il titolo è fuorviante poiché è lo stesso di un horror del 2003. Quello di cui vi parlo è diretto da Brad Anderson, lo stesso regista di "L'uomo senza sonno", famoso per aver prosciugato letteralmente Christian Bale (sicuramente lo avrete visto in qualche foto: per questo film perse il peso record di 30 chili).
E' già interessante come il film mostri solo quello che attiene alla storia, niente di più: niente fronzoli, niente storielle secondarie per allargare la cerchia di pubblico; solamente un piccolo cenno alla storia d'amore tra Jordan (Halle Berry) e un poliziotto di cui nemmeno ricordo il nome, come per dare un legame ancora più vivido tra lei, la centralinista del 911, e la scena del crimine là fuori.
Su questo si snoda appunto la storia. Lei fa il lavoro più brutto del mondo: prende le chiamate di chi telefona al 911 e interpella chi di dovere, mentre fa il possibile per tamponare la situazione a distanza. Ci vuole distacco, molto distacco: a volte si cerca di fare il necessario senza sapere se basterà, a volte si sbaglia qualcosa e le conseguenze sono letali. Bisogna essere emotivamente distaccati, proprio perché non è possibile seguire tutta la vicenda, e bisogna essere sempre lucidi e pragmatici per non compiere azioni avventate.
Jordan riceve una prima terribile telefonata: qualcuno sta entrando in casa di una ragazza sola. La centralinista è astuta e lucidissima: le fa architettare una messinscena per far credere all'intruso che sia scappata dalla finestra, e il trucco è così ben architettato che ci crediamo anche noi, tirando un sospiro di sollievo, il primo di una lunga serie. Attenzione: il fiato sarà compromesso durante la visione del film.
La ragazza in realtà è nascosta e sente l'intruso andare via. La linea improvvisamente cade e Jordan preme il tasto "recall". Grave, gravissimo errore: l'intruso sente suonare e cattura la ragazza al telefono. Jordan cerca di dissuaderlo dicendogli di non peggiorare la situazione ma lui risponde "L'ho già fatto". Per la ragazza non c'è scampo.
Ci mangiamo le mani, ma come ha potuto avere una svista così madornale? Inutile dire quali sensi di colpa divorino la centralinista. Persino il suo capo non è convinto quando le dice che un errore può capitare a tutti.
Sei mesi dopo, lei è addetta ad addestrare nuove reclute. Se abbia voluto allontanarsi lei dalle prime fila o ce l'abbia spinta qualcuno, non si sa. Il caso vuole che mentre mostra alle reclute come funziona una chiamata, l'addetta di turno ne riceva una da una giovane in grave pericolo.
La centralinista non sa come comportarsi, così Jordan, sotto gli occhi delle reclute che fino a poco prima mettevano in dubbio la sua autorità a causa della sua lontananza dal campo minato, è costretta a prendere in mano il telefono.
Casey si trova nel bagagliaio di un'auto con un telefono privo di gps e quindi non rintracciabile.
Comincia l'elettrizzante caccia al rapitore che alternerà astute idee di Jordan per permettere alla polizia di rintracciare l'auto a sfortunate complicazioni esterne che sbilanceranno la situazione in favore del rapitore.
Lei stessa insegnava di non promettere mai nulla alla persona che chiede aiuto, ma quando Casey la supplica di promettere che l'avrebbero salvata, lei si trova di nuovo coinvolta in prima persona e promette alla giovane - e a sé stessa - che non avrebbe permesso di nuovo che una cosa così terribile potesse accadere.
E' qui che il fiato dello spettatore è realmente compromesso. Ancor più quando Jordan scopre che l'uomo che ha rapito la ragazza era lo stesso di sei mesi prima ("L'ho già fatto") e decide di intervenire lei stessa per indagare, infrangendo la regola del distaccamento imposta dal suo duro lavoro.
Michael, il rapitore, ha le sembianze di uno psicopatico da film horror, specialmente quando scopriamo il motivo per cui rapisce tutte queste ragazze. Ed è proprio come un film horror che si esaurisce la vicenda.
Esaurire è la parola giusta: perché non si risolve, la polizia non saprà mai delle gesta eroiche di Jordan nel salvare la ragazza né cos'è successo in quel luogo oscuro. Perché le due prendono una decisione che occulterà per sempre la vicenda.
Ho visto in quest'ultima scena una citazione del primo film "Saw - L'enigmista" che finisce nello stesso raccapricciante modo. Essendo una grande fan di Saw ho apprezzato molto, anche il fatto stesso che sia finito così, chiudendo una porta, senza ulteriori inutili scene. Non ci interessa vedere Casey accolta trionfante o Jordan tornare a lavoro con una rinnovata fiducia in sé stessa, noi rimaniamo così, in contemplazione di quella punizione pienamente meritata che durerà per sempre.
"La legge di Murphy non significa che succederà una cosa brutta,
ma che tutto quello che può accadere accadrà."
Ritengo che questa frase pronunciata dal protagonista alla figlia Murph sia il filo portante dell'intero film, sotto tutti i punti di vista - soprattutto quello scientifico. Io amo la fantascienza e la mia passione dilettantistica per l'astrofisica mi ha portata a guardare questo film con un iniziale forte scetticismo. Un film su viaggi interstellari e buchi neri? Pfui, persino Nolan non riuscirà a scansare una grossa caduta di stile o dei colossali errori teorici. E invece. In un imprecisato futuro il grano è estinto e le tempeste di sabbia stanno lentamente consumando i polmoni della popolazione. la Terra sta esaurendo le sue risorse e l'umanità è troppo occupata a procurarsi da mangiare per rivolgere lo sguardo a qualcosa di più grande di lei. Cooper era un astronauta, e per una serie di eventi si ritrova nello spazio alla ricerca di un pianeta dove poter trasferire il genere umano prossimo all'estinzione, viaggiando grazie a un wormhole comparso dal nulla vicino a Saturno che riesce a trasportarli istantaneamente dall'altra parte dell'universo. Ammetto che la prima parte del film mi aveva lasciata parecchio perplessa. Avevo paura che la spiegazione ai fenomeni apparentemente inspiegabili che avevano portato Cooper a partire sarebbe stata scialba e banale. Nella seconda parte sono successe tante cose, tutte quelle che la legge di Murphy prevedeva: se qualcosa può andare male, probabilmente lo farà, e se qualcosa può accadere, probabilmente accadrà. Tante cose sono accadute e i protagonisti hanno passato davvero tanti guai, nessuno dei quali sembrava però totalmente pilotato - come avviene nella maggior parte dei film apocalittici in cui pare che i personaggi siano scaraventati di prepotenza verso i guai da una mano invisibile - e nessuno dei quali viene risolto in modo insensato o surrealistico. Tutte situazioni che possono realmente verificarsi nello spazio e con risoluzioni che possono realmente avvenire, con molta fortuna. Insomma, la coerenza logica delle sequenze di complicazione-risoluzione è stata curata e l'ho molto apprezzata. Ho apprezzato anche la parte sentimentale del film, poca ma ben dosata, in particolare il rapporto tra Murph e suo padre: la ragazzina si sente abbandonata in età fanciullesca e questo peso permane quando diventa adulta, colmando poi nella rivelazione finale a cui reagirà con la maturità che non poteva avere vent'anni prima, ma con la stessa sensibilità. I personaggi sono pochi, ma rappresentano appieno vizi e virtù dell'umanità: speranza, amore, menzogna, rassegnazione, paura, follia, coraggio. Tutte le sfaccettature dell'essere umano sono pennellate su ogni ruolo, fino a renderlo indispensabile, persino distruttivo. Ma ammetto che ciò che ho apprezzato di più è stata l'attenzione per la coerenza scientifica. Ho poi letto che Nolan si è affiancato al celebre fisico Kip Thorne per rendere realistica la trama e persino le immagini nello spazio, cosa che finora non era mai avvenuta. Stavo attenta a ogni spiegazione, a ogni sequenza, e con la mia timida cultura di astrofisica non ho riscontrato alcun errore, se non necessario per la trama (un pianeta troppo vicino a un buco nero? E la luce da dove arriva?). Purtroppo le nostre conoscenze in questo ambito non vanno oltre la teoria di ciò che riusciamo a vedere o immaginare; quasi nulla è dimostrato empiricamente e anche ciò che lo è apre interrogativi ancora più grandi e irrisolti. E' anche per questo che amo l'astrofisica: è una scienza che ha ancora tanto da dare e che, in un futuro spero non troppo remoto, riuscirà a spiegare da dove siamo venuti e come funziona lo spazio-tempo. A cosa può ambire di più grande un essere dotato del nostro intelletto? Divagazioni filosofiche a parte, Nolan ha preso le teorie più affascinanti e ha cercato di dar loro una concretezza, di renderle reali e metterle in pratica avvicinandole all'uomo. Imprecisate cose potrebbero succedere, ad esempio, se un uomo cadesse in un buco nero: e il regista è riuscito a renderle così tangibili da provocare quasi un senso di horror vacui nello spettatore. Per chi non avesse ancora visto il film suggerisco di fermarsi qui perché la prossima parte contiene vari spoiler. Pronti? Giuro che ho avuto un collasso quando ho visto Cooper cadere in una specie di Morte Nera pixelata non appena attraversato Gargantua. Mi sono detta "ok, la caduta di stile è arrivata proprio all'ultimo". E invece no: Nolan è riuscito a rendere cinque dimensioni in tre. Ma vi rendete conto? La mente umana non è in grado di visualizzare cinque dimensioni tutte insieme. Nolan ci ha provato, e il risultato è stato fantastico. Non avrei mai immaginato che qualcuno ci sarebbe riuscito senza creare qualcosa di ridicolo. Sono stata davvero sorpresa. Oltre allo stupore scientifico, ho trovato toccante la spiegazione della dottoressa Brand sul perché avrebbero dovuto raggiungere Edmunds e non Mann: l'amore è qualcosa di così grande e potente, proprio perché inspiegabile e incontrollabile, che c'era sicuramente un motivo superiore per il legame tra i due scienziati, e quel legame andava seguito e ascoltato come un chiaro indizio celeste. Naturalmente ha avuto ragione, segnando un punto per l'amore di coppia che ha avuto uno spazio così ristretto nel film - cosa che io apprezzo molto, trovo che questo tema vada affrontato col contagocce per non appesantire un racconto che intende narrare tutt'altro. Stupendo anche il rapporto padre-figlia, in cui lei è così empatica con il padre non solo da non perdonarne mai la partenza, ma da seguirne i passi nonostante ogni momento alla Nasa le ricordi il padre che probabilmente non tornerà mai più. Ho pianto quando Cooper è partito, e ho sofferto insieme a lui il contrasto tra il desiderio di vedere crescere i suoi figli e il dovere di salvare l'umanità dall'estinzione. Veramente, gran bel film. Ha trattato un tema delicato ed è riuscito a renderlo superbamente. Non c'è niente da fare, Nolan è sempre Nolan. Spero soprattutto che lo slancio di questo grande regista renda rinomata gloria a un genere che ora è stato pressoché abbandonato, se non per speculazioni stilistiche - vedasi Gravity. La fantascienza è meravigliosa e permette di sognare un futuro possibile, migliore e sazio di conoscenza. Voti finali: Regia: 9 Sceneggiatura: 7 Originalità: 8 Linearità: 10 Coinvolgimento: 9 Voto finale: 8,6
Non ero convinta di andare a vedere questo film, ritenendola un'altra americanata alla "Fantastici 4" in cui i cliché si univano tutti insieme in un pentolone di botte e di avventure strampalate. Non ero prevenuta, giuro, eppure il film ha rispecchiato appieno le mie aspettative.
L'acclamata pellicola parte con il cliché più ciclopico della storia: un ragazzino la cui madre gli è appena schiattata di fronte che scappa via e viene sovrastato da una strana luce.
Il primo pensiero che mi è venuto è stato: perché? Ora, noi sappiamo grazie alla storia (dei fumetti, s'intende) che lui è in realtà il figlio di un re spaziale, ma non dandocene alcun indizio, perché mai un ragazzino dovrebbe venir rapito da una flotta di pirati alieni?
Andiamo avanti. Questo stesso ragazzino cresciuto, Peter Quinn, arriva su un pianeta desolato e a suon di musica raccoglie una sfera abbandonata. Da qui cominciano a volerla tutti.
Questa sfera è rimasta lì chissà quanto tempo e solo non appena arriva il protagonista tutti cominciano a cercarla e bramarla, insomma.
A suon di alti e bassi il protagonista raccoglie "amici" (gente che fino a cinque minuti prima si sarebbe ammazzata senza nemmeno la decenza di allontanarsi da un luogo pubblico) per recuperare questa sferetta killer che tutti bramano per i suoi poteri megadistruttivi. Per ben due volte si trovano in una situazione senza alcunissima via di fuga, e per altrettante ne escono in modi a dir poco assurdi come un karaoke improvvisato per distrarre il cattivone e rubargli lo scettro del potere (?)
Non sono da meno le incoerenze che slittano per il film: ad esempio la pietosa scena ispirata (o copiata?) a Indiana Jones - ricordate? Il ninja che fa teatrali acrobazie con le spade per intimorire Indy il quale con molta nonchalance estrae la pistola e lo fa secco in meno di un petosecondo - in cui Nebula chiacchiera davanti ai nostri eroi su quanto ora moriranno ecc, e si prende uno di quegli spari in faccia che la fa schizzare per metri rompendole tutte le ossa del corpo. Peccato che l'arma da cui è provenuto quello sparo fosse un bazookone più grosso di quel bestione di Bautista che la imbracciava. Volete davvero dirmi che Nebula non ha fatto una piega vedendosi puntare contro un'arma di quella portata?
Senza parlare dello spessore dei personaggi: il solito protagonista dedito alle donne e alle scaramucce ma che fa sempre la cosa giusta con un pizzico d'ironia, la co-protagonista dall'infanzia difficile e il portamento felino che fa breccia nel suo cuore dopo un paio d'ore di conoscenza, il bestione inutile che sta lì solo per far scena a dorso nudo, l'alieno geneticamente modificato che provoca talmente tanta tenerezza da non far smettere di pigolare nemmeno per un minuto un branco di ragazzine alle spalle della sottoscritta al cinema, e il procione che si è dimostrato decisamente il più furbo di tutti.
Persino l'oggetto del desiderio mi ha lasciato vari dubbi: dalla spiegazione del suo funzionamento mi era parso di capire che fosse una pietra che reagisce alle sostanze organiche annichilendole all'istante, e invece più volte questa pietra viene usata sulle stesse sostanze organiche senza provocargli niente di più che uno scossone e uno sbattimento per terra.
Ovviamente il finale ha lasciato aperti una marea di interrogativi che saranno argomenti di un prossimo film, che io sicuramente non vedrò.
Simpatica la presenza di attoroni come John C. Reilly e Glenn Close come a voler elevare il valore della pellicola, poveri loro.
Insomma, i sei euro peggio spesi dell'ultimo semestre.
Essendo il mio ragazzo follemente innamorato del film Dragon Trainer, era inevitabile che mi trascinasse a vedere il seguito, seppur con la rassegnazione che non sarebbe mai stato bello come il primo.
Con grande stupore, invece, non solo ne è stato all'altezza, ma per certi versi l'ha anche superato.
Il film parte sottolineando la crescita sia fisica che interiore del protagonista, Hiccup, che è alla ricerca della sua vera identità, così diversa da quella del severo e generoso padre. Per una strana serie di circostanze - che io sinceramente trovo un po' sconnessa, ma è pur sempre un cartone per bambini... o almeno così credevo - Hiccup ritrova la madre, che scopre avere invece la sua stessa fiduciosa indole nei confronti dei draghi, fino a poco prima considerati dei nemici.
La storia prosegue in modo molto meno lineare del primo episodio, in cui invece è avvenuta la consueta struttura da film per bambini di inizio-complicazione-risoluzione-conclusione a livello di personaggio (la conquista della "furia buia" da parte di Hiccap) e di storia generale (l'attacco al nido). Qui invece la storia si snoda su più livelli, ognuno con diverse complicazioni e anche alcuni colpi di scena che lasciano non poco stupiti.
Lo definirei un film più maturo, più articolato, proprio come Hiccap. Le emozioni si susseguono e si incatenano l'una con l'altra e nessuna viene tralasciata. L'amicizia, l'amore, il coraggio, la speranza si alternano alla disperazione di momenti forse un po' troppo estremi per un film per bambini.
La morte di un padre in diretta si era vista solo nel Re Leone, ed è rimasto un trauma indelebile per tutti i fanciulli della mia generazione. Ora, la morte del padre di Hiccap è stata davvero eccessiva, soprattutto perché ci hanno permesso di affezionarci a questo nobile personaggio per tutto il primo film, confermando il suo valore nel secondo, per poi farlo uccidere nel modo più atroce possibile, proprio da Sdentato. A mio parere, è stato un colpo davvero troppo duro. Persino il mio ragazzo ha pianto...!!
Notevole anche l'ilarità dei numerosi momenti comici, ben dosati anche se ritengo alcuni di questi non eccessivamente appropriati a un pubblico di minori. Il visibile arrapo della vichinga gemella per un fustaccio dal bicipite sonante può far rotolare dal ridere una come me, ma probabilmente una ragazzina di nove anni non coglierebbe...
Anche gli imprevisti power-up dei personaggi mi sono sembrati un po' fatti a caso, così come la debole motivazione della madre scomparsa da vent'anni. Ma lo spirito e la morale del primo film di Dragon Trainer emergono con forza anche da questo film, dalla cui visione si esce sorprendentemente emozionati e pieni di fiducia verso i draghi (?)
Tutto sommato, un eccellente seguito e un film da vedere.
P.s. La vignetta qui sotto mi ha fatto notare come si siano ispirati agli animali per creare i diversi draghi, e osservando Dragon Trainer 2 quello più particolare è sicuramente il drago della madre di Hiccap: praticamente è un incrocio tra un gufo e un pollo!
Quando si vuole vedere qualche bel film, Iris non delude (quasi) mai.
Domenica ha trasmesso Match Point, diretto da Woody Allen con Scarlett Johansson e Jonathan Rhys-Meyers. Ammetto di averlo guardato solo per Scarlett, perché personalmente non apprezzo Woody Allen come regista: i suoi film siano un po' troppo onirici e irrealistici per i miei gusti. Invece questo film mi ha stupito, proprio perché non l'ho trovato strampalato come i suoi soliti.
Certo, forse un po' irrealistico lo era lo stesso, e nonostante la coerenza con il bizzarro personaggio che ci è stato poco a poco presentato il finale mi è sembrato un po' spinto, ma comunque in linea con quanto il film vuole insegnare.
La storia narra di Chris, un insegnante di tennis proveniente dai sobborghi che sogna di salire la scala sociale con poca fatica: l'occasione gli si presenta quando conosce Chloe, la sorella del ragazzo a cui dà lezioni, Tom, e che ha un chiaro debole per lui. Chris però ha un debole per Nola, la bella fidanzata di Tom che viene poi lasciata perché non piace alla facoltosa madre di lui. Inizia una passionale relazione tra Chris e Nola, nonostante il matrimonio con Chloe e la ricerca disperata di pargoli che non arrivano. I problemi sorgono quando...
Non ci fosse stato il filo conduttore della casualità lo avrei ritenuto una delle solite commedie dove lui ama lei ma lei ama l'altro e lui sta con un'altra ancora: invece la brutta lezione che il film dà fino alla fine fa riflettere.
Non solo lascia l'amaro in bocca, perché il misfatto di Chris, nonostante lui cerchi inconsapevolmente a tutti i costi di farsi scoprire, viene completamente insabbiato da una serie fortunata di eventi che lo coprono del tutto discolpandolo delle sue atroci colpe e lasciandolo vivere la vita che ha sempre bramato.
Buona parte del film circola intorno all'indecisione di Chris, che è sempre più costretto a scegliere tra abbandonare la sua bella vita con una moglie che non ama o abbandonare tutto in favore di Nola. Molte scene insistono sul continuo rimandare la decisione del protagonista e, anche se un amico gli consiglia di seguire l'amore, lui alla fine prende una tragica decisione che lo farà divorare dai sensi di colpa ma alle quali conseguenze scamperà con una serie di colpi di fortuna.
Quando ho capito che aveva intenzione di uccidere la vecchia vicina di casa di Nola, speravo volesse far ricadere la colpa su quest'ultima in modo da metterla in prigione e chiuderle la bocca per sempre; invece la sua decisione ancora più drastica di chiuderle la bocca nel modo più efficace possibile mi ha lasciata basita. Nella pratica una situazione del genere è davvero irreale, perché Chris ha davvero seminato indizi ovunque e arrivare a lui era immediato; oltretutto la sua indifferenza e passività nei confronti della moglie avrebbe dovuto allarmare, se non lei, almeno i suoceri. Posso accettare queste discordanze perché alla fine il filo del film è ben rispettato e la morale è coerente.
Questo conferma il cinismo di Chris che, come ci era già stato suggerito lungo tutto il film, non ha un cuore capace di amare nessun altro se non sé stesso, ma la morale più crudele è quella che ci viene dalle circostanze che lo scagionano completamente, nonostante qualcuno avesse sospettato di lui: come "la vita è pura casualità e non ha uno scopo preciso", così non c'è giustizia al mondo e la stessa casualità può far girare la fortuna a favore di coloro che meno lo meritano.
Data la perplessità di molte persone con cui ho avuto modo di confrontarmi circa i miei severi gusti cinematografici, prima di scrivere ulteriori recensioni preferisco parlare un momento di ciò che apprezzo o non apprezzo di questo favoloso mondo che è il cinema.
Non è una passione che ho da sempre ma solo da qualche anno, ed è per questo che non mi ritengo un'esperta ma solo un'appassionata. A contribuire a ciò è stato il mio professore di Storia e critica del cinema dell'università, che mi ha aperto il mondo del cinema d'autore e mi ha dato gli strumenti per valutare la validità e l'efficacia di un film.
Confesso che anche prima di appassionarmi ero molto severa col cinema: come da giovane lo ero con i libri - e mi ritengo una discreta scrittrice - poi lo sono diventata con i film - teorizzato un possibile futuro da regista o, perlomeno, da sceneggiatrice. Insomma, sono una sognatrice a tutto tondo.
Tornando al cinema, da quando ho scoperto - l'acqua calda! - che esistono tantissimi film di ottima qualità, girati non con il solo scopo di intrattenere il pubblico medio, ho quasi abbandonato i libri per dedicarmi a questa più recente forma d'arte. Dovevo recuperare tutto il tempo perduto!
Partendo dalle basi, naturalmente osservo molto gli attori. In fondo, un ottimo regista con un pessimo attore dà comunque un pessimo film. Un bravo attore deve essere convincente, coinvolto, catturato e intrappolato nel personaggio che sta interpretando, lo spettatore deve quasi dimenticarsi di star guardando un film e sentirsi completamente dentro la storia.
Questa sensazione me l'hanno data davvero pochi attori: la mia preferita in assoluto è Jodie Foster. L'ho vista interpretare i più svariati ruoli, dalla madre disperata che perde la figlia e non viene creduta in Flightplan, alla "attivista politica di troppe cause" in Carnage, alla sempliciotta che cerca giustizia dopo uno stupro quasi voluto in Sotto accusa fino all'acculturata istitutrice dalla mente aperta di Anna and the King. Riguardo l'altro sesso, prediligo in assoluto Jack Nicholson: l'ho visto pazzo represso in The Shining, pazzo scatenato nel Batman di Tim Burton, severo e autoritario ufficiale in Codice d'onore e persino scorbutico solitario che si apre all'amore in Qualcosa è cambiato.
Non che non apprezzi gli altri attori, ma quando riescono a trasmettermi questa sensazione di estraniamento dalla realtà allora sono davvero il massimo. Quando invece mi trasmettono solo irritazione perché non ce li vedo proprio in quello che fanno e dicono, lì allora è un altro discorso.
Ovviamente spetta soprattutto al regista il merito della riuscita del film e degli attori. Non riesco a trovarne uno preferito se non i grandissimi della storia (Kubrick e Scorsese, per dirne due che amo) perché spesso riescono a partorire alcuni film che mi fanno impazzire e altri a cui darei fuoco. Prendiamo Shyamalan ad esempio: è riuscito a passare da un reale capolavoro come Il Sesto Senso a una colossale monnezza come The Village.
Passiamo a come dovrebbe essere un buon film per me. Mi sento spesso dire "A te piacciono solo i film noiosi", ma mi rasserena il fatto che a dirmelo siano persone che adorano film come Fast and Furious e simili tamarrate (sì, sto parlando proprio di te! <3).
Io ho una particolarità che farà accapponare la pelle alla maggior parte di voi: detesto quasi ogni genere di commedia. Ne ho guardate tante, giuro, ma davvero non suscitano nessunissima attrattiva in me se non quella di spegnere il televisore. Parlo di quelle commedie con una storia lineare e prevedibile, tema centrale l'amore, con un finale che puoi avvisare già leggendo solo il titolo, fatte con lo scopo di intrattenere e divertire con umorismo magari volgare o troppo facile. L'unico film del genere che mi ha fatto ridere di cuore è stata la tragicommedia di Fantozzi, che effettivamente non saprei nemmeno se far rientrare nella categoria. Le altre sì, magari mi fanno ridere, ma di quelle battute a cui cedi un risolino divertito e che hai dimenticato dopo pochi secondi perché non hanno quella brillantezza che le rende delle vere belle battute. Senza contare ciò che dovrebbero trasmettere i film d'amore: raramente mi sono davvero emozionata davanti a uno di essi, e ancora più raramente mi sentirei di raccomandarne uno.
Non riesco davvero a paragonare un buon thriller, con suspence, colpi di scena, paura, coraggio, forza di volontà e tanti sentimenti forti e valori autentici con una commedia d'amore. L'amore è davvero troppo inflazionato - non solo dal cinema - per creare qualcosa di nuovo o almeno ben rivisitato. E i risultati sono troppo spesso scadenti perché ovviamente indirizzati a quella parte di pubblico - le donne un po' frustrate - che si accontenta facilmente di qualche bacio strappato qua e là. Non voglio offendere nessuno ovviamente, sto solo esprimendo il mio - per quanto strambo - punto di vista.
Ora qualcuno si starà chiedendo quale accidenti potrà mai essere il mio film preferito. Ebbene, il podio è sovrastato da Full Metal Jacket di Stanley Kubrick con Matthew Modine, ma penso (spero) che non abbia bisogno di presentazioni. Per me questo film rappresenta la perfezione sotto ogni punto di vista: della regia, della sceneggiatura, della fotografia, della trama, della recitazione, dell'originalità del montaggio e degli effetti provocati dai movimenti di camera e dai suoni. Tanti grandiosi esempi di ottimo cinema sono racchiusi tutti in questo film. Se non l'avete ancora visto, andate immediatamente a vederlo!!
"Avete capito, brutti sacchi di merda?"
Il resto su quel che riguarda i miei gusti si scorgerà dalle mie future recensioni, per ora vi ho dato un'idea di chi si trova dall'altra parte dello schermo. Alla prossima critica!
[Questo post non contiene spoiler se non dove segnalato]
La settimana appena trascorsa sono usciti due film molto interessanti per lo scenario cinematografico: Maleficent, diretto da Robert Stromberg con Angelina Jolie, e Edge of Tomorrow, diretto da Doug Liman con Tom Cruise e Emily Blunt.
Sentivo parlare di questo Maleficent da un bel pezzo, sentendolo sbandierare come un grandissimo film rivisitazione di una favola in ottica "il nemico non è così cattivo come sembra": sinceramente non mi aveva attirato, né come trama né dal trailer, mentre di Edge of Tomorrow mi intrigavano entrambi, anche se se ne è parlato decisamente meno; ma da brava criticona quale sono, mi è riuscito di racimolare biglietti scontati per andare a vedere entrambi.
Ho visto prima il film con Tom Cruise, essendo quello che mi attirava di più. Non mi aspettavo da lui una grande recitazione dato che da questo lato non ha mai spaccato lo schermo - a parte qualche interpretazione che ho amato, come in Nato il 4 Luglio - oltre al fatto che come tutti i grandi volti del cinema ora sta inevitabilmente invecchiando, invece devo dire che ha reso bene la parte - seppur non difficile- che gli è stata affidata.
Senza fare spoiler per chi volesse vederlo, la storia narra di un vicino futuro in cui il mondo è minacciato da alieni con poteri incomparabili, i Mimic, che hanno già invaso l'Europa e si avvicinano repentinamente all'Inghilterra. Oltretutto osservo che è uno dei rari casi in cui un'invasione aliena non parte dall'America!
Il maggiore Cage è un ufficiale vigliacco e avido di palcoscenico, non per nulla è ben lieto di reclutare volontari per la guerra ponendosi come testimonial di una campagna di reclutamento ma, nel momento in cui gli viene chiesto di arruolarsi, arriva fintanto a minacciare il generale di rivoltargli contro l'opinione pubblica pur di scampare il campo di battaglia. Viene già presentato come un imbecille che venderebbe sua madre pur di non sporcarsi le mani e da qui uno strano evento accaduto proprio durante la guerra ci fa assistere alla sua progressiva crescita: ucciso un Mimic stranamente più grosso degli altri - un Alpha, di cui ha assorbito inconsapevolmente il potere - viene a sua volta ucciso e si risveglia il giorno prima, dove si rende conto di essere in grado di ricominciare lo stesso giorno ogni volta che muore.
Il filone è quello di Source Code, il viaggio nel tempo che consente al guerriero ucciso di ricominciare per modificare il futuro: ma mentre per il capitano Colter Stevens si trattava di un meccanismo fantascientifico che ricostruisce lo scenario vissuto dai ricordi aleggianti delle persone e che perciò non è reale, per Cage è un vero e proprio potere che gli consente di correggere gli errori per raggiungere un obiettivo per cui effettivamente servono davvero molte vite: trovare colui che comanda tutti i Mimic, il grande Omega, e distruggerlo. Ma l'Omega consentirà che un nemico, ladro del potere di uno dei suoi bracci destri, riesca a rintracciarlo così facilmente?
Nonostante Cage abbia rivissuto in tutto il film la stessa identica vicenda per almeno un migliaio di volte, il film non è affatto ripetitivo e anzi ogni tanto stupisce con una scena divertente nel bel mezzo dell'azione - Cage che corre a perdifiato verso un obiettivo che è sempre più vicino, quanto paga che un camion comparso dal fianco lo centrerà facendogli perdere un'altra delle sue infinite vite? - e la crescita di Cage è coronata dalla sua scelta di non coinvolgere Rita Vrataski (Emily Blunt) nella sua ricerca dell'Omega per salvarle la vita. Non è finita, ma non voglio approfondire oltre per lasciare al lettore tutto il gusto di guardarlo.
Il finale lascia decisamente spiazzati. Dopo tutta quest'adrenalinica corsa contro il fato, appena dopo la vittoria il film viene liquidato con una breve scena. Ti lascia così, ti chiedi perché terminare un ottimo film con un finale del genere, ma poi ci rifletti su, fai due calcoli, qualche associazione mentale, ci rifletti, e ti rendi conto che ha tutto molto senso: un finale a dir poco geniale, che dice il minimo indispensabile senza sciogliersi in sentimentalismi e prolisse manifestazioni, che mostra quel che basta per riunire i tasselli e capire come sono funzionate le cose e che tutto è andato bene, e lo fa con un minimalismo delizioso e conturbante.
Cage ha assimilato il potere di ripristinare la giornata alla morte dall'Omega morto: quindi nel momento in cui Cage si risveglia i Mimic sono appena misteriosamente stati sconfitti proprio perchè non esistono più nel momento del ripristino. Cage è su un aereo in tenuta da ufficiale, non è stato convocato perchè la guerra è finita. E nessuno lo vede né come disertore né come vittorioso!
Tutto estremamente coerente: persino quando Rita dice di "aver avuto il potere e di averlo perso" ho pensato che l'unico modo che avesse avuto per capirlo era morire, senza più svegliarsi, ma il regista ha fatto sapientemente rispondere a questa domanda Cage più avanti. Così come quest'episodio molto spesso mi sono trovata a pensare che è stato tutto curato nei dettagli per rendere la trama lineare e coerente, nonostante i viaggi nel tempo spesso non lo siano - vedasi X-Men - Giorni di un Futuro Passato.
Insomma, uno dei film migliori che ho visto nell'ultimo anno, che ha superato le mie aspettative e mi ha lasciata con la speranza che anche un genere usato e usurato come la fantascienza con alieni e viaggi nel tempoabbia ancora menti geniali capaci di rivisitarlo per farne qualcosa di nuovo e coinvolgente.
Il giorno dopo, piena di buoni propositi seppur perplessa dalla contrastante critica a riguardo - fonti di riguardo lo ritenevano una delusione, l'opinione comune una meraviglia - ho visto anche Maleficent.
Lo scopo del film è cambiare l'andamento della fiaba dando un senso all'operato di Malefica che è nata come una fata buona ma che è stata costretta dall'odio e dal risentimento per essere stata tradita a compiere il maleficio che l'ha resa famosa.
In realtà l'ho trovato un personaggio scoordinato, un ruolo che non è né carne né pesce: prima è buona, poi diventa cattiva, poi è di nuovo buona ma fa qualcosa di cattivo senza motivo, poi è cattiva ma fa qualcosa di buono senza motivo, poi viene ripetutamente pugnalata alle spalle dal suo ex amato ma se lo lascia fare molto volenterosamente per poi prendersi amorevolmente cura della sua figliuola Aurora. Inoltre, prima è un personaggio serio e austero, poi si diverte come una matta a far piovere in testa a tre fatine sceme. Per concludere, prima è una fata della natura con abito semplice e scalza, poi all'improvviso tutina in lattex e tacchi usciti da chissà quale sortilegio.
Angelina Jolie è un'altra di quelle attrici che non ritengo fantastiche nella recitazione e qui non si è smentita ma nemmeno la regia l'ha aiutata: non so quante volte ho visto la scena del suo primo piano in cui alza leggermente la testa a mostrare il mento con aria severa. Capisco che è una dimostrazione di orgoglio e superiorità, ma l'abbiamo capito, fatele cambiare faccia per favore. A parte una scena in cui ha sorriso, ha sempre mantenuto la stessa espressione senza mutamenti di nessun tipo nonostante di mutamenti interiori avrebbe dovuto subirne parecchi.
Passiamo al personaggio di Stefano: da bambino una persona normale che si innamora di una fata, da adulto uno spietato essere senza cuore disposto a tutto pur di ottenere la corona, da vecchio uno svitato che affida la figlia appena nata a tre imbecilli patentate che fosse stato per loro Aurora non si sarebbe salvata nemmeno con il potere di un Alpha, poi dopo sedici anni finalmente la rivede straordinariamente viva e l'unica cosa che è in grado di fare è sbatterla in camera sua, come se rinchiuderla in un'enorme ala del palazzo potesse impedire a un maleficio di avverarsi.
Molte cose non sono state chiare, come l'esatta collocazione della casetta di Aurora e delle tre fate madrine: dentro o fuori dalla barriera creata da Malefica per dividere la brughiera dal mondo degli umani? Scene discordanti mi fanno pensare dapprima che fosse appena fuori, altre che fosse dentro, ma in entrambi i casi non mi è sembrata comunque una mossa molto furba: non so come funzioni nelle fiabe, ma di solito non funziona nascondere un topo vicino alla cuccia del gatto. Forse Stefano pensava che Malefica fosse in grado di compiere malefici mortali ma non di trasformare un rametto in un fuso?
Come se non bastasse il film era lento e con molte scene inutili che non davano niente di più alla trama se non renderla sempre più inconsistente. La sceneggiatura fa a dir poco pietà: nessuna bella frase di rilievo che ti facesse accapponare la pelle, persino le maledizioni sembravano scritte in undici secondi da un dodicenne svogliato, Malefica che entra nel castello durante il battesimo e dice "Bene, bene" mi ha fatto quasi venire da piangere nonostante già lo avessi visto dal trailer; una scena così potente come l'entrata della cattiva al centro dell'evento che vede i buoni impotenti mentre festeggiano l'arrivo al mondo della piccola protagonista necessitava di una sceneggiatura decisamente più accurata. Anche il "Non ha più valore" che accompagnava un'importante scena successiva sembrava solo un brutto adattamento a una traduzione che non si aveva voglia di tradurre.
Insomma, un fiasco su tutta la linea. Mi sono sforzata per non appisolarmi dato che il coinvolgimento è stato pari a zero e non mi sono mai sentita appassionata o intrigata dalla vicenda. Nessuno sprazzo di originalità se non il colpo di scena finale, che oltretutto era prevedibile già da tempo prima. E anche il commento dell'aiutante "E' proprio questo il vero amore" faceva abbastanza ridere nel contesto.
Quale sarebbe il vero amore di cui parla Fosco, quello tra l'ex amante di tuo padre che ha cercato di ucciderti e una ragazzina la cui unica colpa è essere nata? Magari intendevano che il vero amore è quello di una madre, peccato che Malefica non lo fosse sotto nessun lato, perché trascorrere qualche ora con una bambina non ti mette automaticamente nei panni di sua madre.
Oltretutto è il primo film Disney che sbeffeggia l'amore di coppia! Ma che Disney è? L'amore esiste eccome, in tutte le forme, e come può non esistere quello di coppia può non esistere quello parentale, dove sta scritto il contrario? L'amore è una questione di pazienza e di comprensione, non sempre finisce bene ma non per questo non esiste. E comunque esaltare con un film simile l'amore parentale dopo un successo come Frozenmi è sembrata una vera e propria caduta di stile. Sinceramente, non so proprio come abbia fatto a piacere tanto alla gente se sembra scritto e diretto da tredicenni.